ARTURO FARINELLI.
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GOETHE E IL LAGO MAGGIORE.
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1894. C. Colombi Editore, BELLINZONA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Estratto da: Bollettino storico della  Svizzera italiana, vol. 15, 1893.
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ALLA MIA CARA MAMMA
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Conosci tu la terra
Ove il cedro fiorisce?...
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Non credano i miei lettori ch'io narri loro come in un bel giorno del secolo scorso il maggior poeta della Germania viaggiasse a diporto, in barchetta o in gondola, lungo le sponde del nostro Verbano, o ch'io produca qui qualche documento tolto alla polvere degli archivj, che dimostri cose nuove. Goethe, che ai due pi misteriosi personaggi del "Guglielmo Meister", alla Mignon ed al padre suo Agostino, il suonatore dell'arpa, volle dare per patria un paese del Lago Maggiore, non sappiamo quale, n il poeta stesso si cur di saperlo; che, come Gian Paolo Richter, tracci del lago nostro un quadro poetico e curioso e parl dell'Isola Bella come di un Paradiso in terra, Goethe non pot dare che un saluto a distanza al lago ch'egli descrisse.
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Non  uno dei minori vanti dell'Italia l'aver rinsanguato e fecondato quella generazione d'artisti o di poeti che da Winckelmann e Lessing in gi port la Germania all'apogeo della sua gloria. Il desiderio di veder l'Italia bruciava in petto ad ogni tedesco. Senza oltrepassar le Alpi e dimenticare almeno una volta in vita le nebbie del Settentrione sotto il puro cielo del Mezzod, pareva al poeta germanico, classico o romantico ch'ei fosse, soffocare un bisogno prepotente del cuore. Schiller, che aveva pur cantato come:
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....auf Hesperiens Gefilden sprossten
Verjngte Blthen Joniens hervor,
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affranto da malattia, scriveva l'11 febbrajo del 1803 a Guglielmo Humboldt, che soggiornava allora a Roma: non esser l'Italia, Roma sopratutto, un paese per lui, non potere il fisico suo indebolito, la poca cognizione, il poco interesse ch'egli aveva per l'arte plastica, procurargli il godimento principale che offriva l'Italia e, quasi a consolazione di se medesimo, l'illustre vate soggiungeva: "Ella stessa, Caro amico, se non avesse a Roma affari determinanti, difficilmente vi prolungherebbe il suo soggiorno"(1). Aveva torto(2), precisamente per togliersi di dosso il peso degli affari, per affogare il tedio della vita in occupazioni pi ideali delle consuete, il fratello germano si sentiva attratto verso l'Italia. Herder, Goethe, Heinse, Tieck, gli Schlegel, Achim von Arnim, Platen, Grillparzer, Klamer Schmidt, Heine, Seume, Hebbel, Hamerling, Kinkel, Geibel, Schack, Heyse.... chi pu contare tutta la coorte di poeti tedeschi che si  spinta da noi, ardente, trepidante d'inoltrarsi nella patria del rinascimento dell'arte, nella terra "dove gli aranci fioriscono", come cantava Mignon? Herder soleva dire esser venuto in Italia ed a Roma per divenire un vero Tedesco ("ein echter Deutsche").
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Il padre di Goethe, pratico dell'Italia, aveva fatto nascere nel cuore del poeta fanciullo il primo desiderio pel bel paese. Le stampe, gli oggetti artistici, quell'assieme di anticaglie raccolte dal padre in un viaggio a Venezia o altrove, formavano la delizia, il maggior passatempo del giovane Wolfango. Col crescer degli anni crebbe nel poeta la smania di veder l'Italia. Solo nel 1786 il suo sogno pi ardente diveniva realt. Goethe lasciava, quasi fuggiasco, la Germania e gli anici, si scoteva di dosso il giogo che l'opprimeva a Weimar e veniva in Italia. Di quest'epoca data un nuovo e luminoso periodo della sua vita(3).
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Ognun sa che fu il Brennero e non gi il Gottardo il cammino scelto dal Goethe per giungere in Italia. Tre volte si trov il poeta alle porte del paese de' suoi ideali, e tre volte volt ad esse le spalle. Il primo viaggio in Isvizzera data dal 1775. Ai 19 di giugno lasciava Altorf per ascendere il Gottardo, il 21 arrivava all'Ospizio.
Nel 18 e 19 libro della "Dichtung und Wahrheit"(4) Goethe descrive il viaggio e narra dell'accoglienza avuta sulla cima dal Padre Serafino, reduce proprio quella sera da una delle sue scappate a Milano e disposto ad intrattenere i nuovi sopravvenuti col racconto delle meraviglie da lui osservate fra altro anche al Lago e all'Isola Bella.
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La mattina del 22 il poeta s'alza per tempo, osserva i monti addossati ai monti che restringono all'alto il cielo, si siede sul sentiero che conduce verso il Ticino e l'Italia e per fissare incancellabile nella mente il panorama che ha davanti, quel tratto che segna il limite tra il Settentrione e il Mezzod, disegna come pu, da dilettante com'egli dice, "ci che non si poteva disegnare, ed ancor meno poteva dar l'idea d'un quadro", le vette pi vicine. Quest'abbozzo, custodito gelosamente con altri schizzi di viaggio dallo stesso Goethe, conservato attualmente nella Biblioteca Gthiana in Weimar,  ora riprodotto, in pi piccola scala, nel 13 volume dello Jahrbuch(5).
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I coni delle montagne si delineano nello sfondo con marcati contorni, le strisce nerastre contrastano e s'alternano qua e l col bianco e colle tinte chiare d'altre parti e dinotano i fianchi sui quali  gi dileguata la neve; il davanti  negletto, indicato alla sfuggita da poche linee inconcludenti, vi si scorge un sentiero che mena al basso; a destra, sovra una pietra, la figura d'un uomo seduto ed assorto in contemplazione. Goethe stesso ben s'intende, e presso di lui, ritto in piedi, il fedele compagno di viaggio, Passavant.
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Mentre tracciava questo abbozzo, i sogni e le speranze accarezzate fin da fanciullo avranno occupato la mente del grande poeta. Un passo solo lo separava dall'Italia. Questo passo Goethe non lo fece. "Un non so che", egli scrive nelle lettere datate dalla Svizzera alcuni anni dopo (13 novembre 1779), lo trattenne. Nell'accennata autobiografia, Goethe ci spiega questo "non so che", che ha poco a fare invero coi frequentissimi "non so che" di Torquato Tasso. Passavant, al quale pi che a Goethe stava allora a cuore il viaggio in Italia, s'avvicina al poeta e gli dice con voce commossa: Non hai tu voglia com'io di spingerti da questa cima di drago al basso, laggi in quelle regioni incantevoli?
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Il viaggio per queste gole di monti dev'essere splendido e non certo faticoso e poi, al giungere a Bellinzona, all'aprirsi della pianura davanti a noi, quale delizia! Le Isole del Lago Maggiore io le ho presenti e vive nell'animo dopo il racconto del frate cappuccino. Se n' tanto parlato in seguito ai viaggi del Keyssler(6), che non posso resistere alla tentazione di visitarle ancor io. Io mi trovava gi qui un'altra volta, dove ora tu siedi, e mi manc il coraggio di scendere al basso. Suvvia, precedimi, ti raggiunger ad Airolo, lascia ch'io mi congedi dal frate e che regoli ogni cosa.
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Ed opponendogli il poeta la difficolt d'una intrapresa scelta cos all'impensata e sui due piedi: A che rifletter tanto, soggiunge il compagno. Abbiamo denari abbastanza per giungere fino a Milano; per recarci pi in l non ci mancher il credito. Il poeta, per liberarsi dalle esortazioni sempre pi insistenti dell'amico, fa preparar tutto per la partenza. E il Passavant a far le valigie, contentissimo d'aver teso al compagno un ottimo agguato. Ma Goethe non ha bisogno di lunghe considerazioni, d'un serio esame di coscienza, per mandare in fumo il bel progetto. L'amore a Lil era, a quell'epoca, pi forte che l'amore all'Italia.
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Lungi da Lil, nessuna pace, spento l'elemento pi indispensabile alla vita. Goethe bacia una memoria che la bella ragazza gli ha donalo. "Ancora unito a te, o Lil", canta allora il poeta, e dovr io errare in terra straniera, per valli, per boschi lontani?" Addio Ticino, addio Lombardia, addio Lago Maggiore. Goethe s'alza dal masso fatale, ritorna all'ospizio, s'accomiata da Fra Serafino, scende per l'altro versante del Gottardo e il buon Passavant, che aveva la guida e le gerla pronte per la discesa ad Airolo, distrutte d'un colpo le pi belle speranze, come can battuto, segue il poeta(7).
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Solo per un caso Goethe non vide il Lago Maggiore ed il Ticino nel secondo viaggio in Isvizzera nel 1779. Le lettere scritte a quest'epoca dalla Svizzera non lasciano trapelare nessun desiderio per l'Italia. La fiamma antica sembrava spenta. Il 6 novembre 1779, dopo aver percorso le montagne del Vallese, scrive da Martigny: "Se accettiamo il consiglio del signor de Saussure, faremo a cavallo la strada fino alla Furca, di l s'andr a Brieg, al Sempione, dove v' ad ogni tempo un buon varco, poi continueremo per Domo d'Ossola, pel lago Maggiore fino a Bellinzona ed al Gottardo. Noi preferiremmo per recarci direttamente dalla Furca al Gottardo, per abbreviare la strada, ed anche perch la coda attraverso le provincie Italiane (der Schwanz durch die italienischen Provinzen) non era nel nostro piano di viaggio".
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Quattro giorni dopo Goethe  a Brieg e scrive, raccantucciato al fuoco, press'a poco quello che aveva gi scritto prima: "Se rinunciamo all'idea di passare dalla Furca addirittura al Gottardo, andremo a Domo d'Ossola ed a Margozzo con cavalli da nolo e con muli, di l, pel ramo settentrionale del Lago Maggiore, a Bellinzona, indi al Gottardo, passando per Airolo, dai frati cappuccini. Questo cammino  tracciato per tutto l'inverno e si fa comodamente a cavallo, ma non ci pu offrire attrazione alcuna, perch non entra nei nostri piani e ci ritarda di cinque giorni il viaggio a Lucerna". Goethe infatti intraprende l'11 novembre il passo pi scabroso, giunge a Realp il 15, alloggia in seguito presso i frati alla cima del Gottardo, felice e felicissimo d'aver schivato il lungo cammino che l'avrebbe condotto al Lago Maggiore.
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Sette anni dopo questo secondo viaggio in Isvizzera, Goethe scendeva la prima volta in Italia. Scendeva dalle vallate dell'Adige al Lago di Garda. Presso Torbole, al contemplare le sponde del lago maestoso strette da monti, mentre l'onde si rompevano con fragore alla riva; ricordando, dietro le indicazioni del Volkmann(8), i versi delle Georgiche di Virgilio: "Fluctibus et fremitu resonans Benace marino", sente rinascere la poesia sopita nel cuore e traccia con linee magistrali il primo abbozzo della "Ifigenia". Da Torbole a Malcesine, a Bardolino, dove Goethe abbandona il lago per riprendere la strada di Verona, il paesaggio lacustre, i villaggi sparsi sulle rive: Gargnano, Bogliacco, Cecina, Toscolano, Maderno, Gardone, Sal, dispiegano lussuriosamente i loro incanti. - "Non v'hanno parole", scrive Goethe, "che valgano ad esprimere tutta la bellezza di una regione cos riccamente popolata"(9).
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Il soggiorno in Italia ed a Roma, trattato da mille, non ha pel nostro scopo interesse alcuno. Ameremmo seguire il poeta, dietro sicure indicazioni, al suo ritorno in patria; sventuratamente, il viaggio, illustrato in quasi tutti i particolari, ci lascia su questo punto completamente al bujo. N le lettere raccolte pel noto libro "Viaggio in Italia", n quelle scritte in seguito agli amici di Weimar, molte delle quali andarono smarrite, n il diario che la Societ Gthiana pubblic anni or sono in un volume delle sue memorie(10), ci offrono un ricordo qualsiasi del viaggio del Goethe da Milano a Costanza ed a Norimberga. Goethe era probabilmente in forse, se ritornare dal Brennero, donde era venuto, o scegliere il cammino pi breve per la Svizzera. Per risparmiar tempo e fors'anche per togliersi il cruccio di dover dare un addio prolungato al paese che aveva rialzato i suoi ideali e fecondato la sua musa, s'appigli al secondo partito(11). Son noti i malumori del Goethe al lasciar l'Italia. Il pensiero di rincasare e di passare, dopo il bagno nel mar di luce del Mezzod, le giornate grigie, fredde e rannuvolate del Settentrione, non gli dava pace. Nella VII elegia romana egli canta:
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O wie fhl 'ich in Rom mich so froh! gedenk 'ich der Zeiten.
Da mich ein graulicher Tag hinten im Norden umfieng,
Trbe der Himmel und schwer auf meine Scheitel sich senkte,
Farb- und gestaltlos die Welt um den Ermatteten lag;
Und ich ber mein Ich, des unbefriedigten Geistes
Dstere Wege zu sphn, still in Betrachtung versank.
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Ogni viaggio, quando la mente erra fra le rimembranze del passato e s'arresta con sgomento davanti all'incertezza dell'avvenire,  un incubo e lo si vorrebbe volontieri sopprimere. Possiamo con molta probabilit contare fra le poche ore di noja del grande vate germanico, quelle che impieg nel trascorso da Milano allo Spluga fino a Norimberga. Quali contrade attraversasse il Goethe, dopo aver salutato Milano, non sappiamo dire con certezza. Al duca di Weimar il poeta aveva gi scritto da Roma ch'egli rinunciava all'idea di "compiere il suo pellegrinaggio passando pel Gottardo" (ber den alten Gotthard), ma che intendeva rimpatriare toccando Chiavenna, Coira, Lindau, Augsburg e Norimberga. Lo stesso  ripetuto in una lettera che il Goethe scrisse al duca da Milano. E all'amico Knebel, pur di Milano, scrive il poeta il 24 maggio 1788: "Ho davanti a me un bel viaggio: Como, il suo lago, Chiavenna, Coira e via di seguito".
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Qui il filo delle notizie, fino all'arrivo in Germania,  interrotto. L'Herzfelder, nel suo libro "Goethe in Isvizzera"(12), dopo aver accennato che, pei ricordi lasciati, Goethe vide indubbiamente lo Spluga e la Via Mala, congettura benissimo (p. 129) che il poeta, essendosi attenuto alla seconda met del viaggio progettato, passando per Lindau ed Augsburgo, non avr certo mancato di seguirne anche la prima met, ma erra - secondo me - ammettendo una visita del Goethe al Lago Maggiore. Dalla vaghissima descrizione del Lago e delle Isole nei "Wanderjahren"; dal fatto che un viaggio al Verbano, che d'altronde non entr mai nei piani di viaggi del poeta, era fuor di cammino, supponendo il rimpatrio per Como, Chiavenna e Coira ed anche, ci ch' molto meno probabile, per Como, Bellinzona, il San Bernardino e Coira; e, quel ch' pi, dal silenzio assoluto che regna nelle lettere ed altrove riguardo ad una gita del Goethe al nostro lago, a quel lago, ch'era pur destinato nel "Guglielmo Meister" ad esser patria di una famiglia infelice, la cui tragica fine si svolge con ineluttabile fatalit e d al romanzo la nota pi patetica, l'espressione pi vera e profonda; da altri fatti ancora - ch' superfluo accennare - risulta per me all'evidenza che Goethe non si trov mai alle sponde del Verbano.  di poco momento l'osservazione dell'Herzfelder che "Goethe non soleva gi, come Gian Paolo, ritrarre un paesaggio secondo le descrizioni altrui", erroneo il supporre un ricordo autobiografico nelle parole di Giulia nei "Wanderjahren" (Lib. 1, Cap. 8): "Gli chiedeva sovente notizie dei suoi paesi, delle sue passeggiate lacustri; si faceva raccontare com'egli, ancor studente, col fardello in groppa girasse su e gi per la Svizzera, oltrepassando in tal guisa le Alpi; e voleva ancor che le si parlasse delle belle Isole del Gran Lago ("im grossen See") a Mezzod".
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Verso la fine di marzo del 1790, sollecitato dalle preghiere della duchessa Anna Amalia, Goethe si recava una seconda ed ultima volta in Italia, a Venezia. Non vi rimase che due mesi. Non pot spingersi pi in l di Mantova, dopo aver visitato Padova e Verona. Ai primi di giugno il poeta e la duchessa erano a Trento, il 9 dello stesso mese ad Augsburg(13).
Nell'autunno del 1795 l'artista zurighese Enrico Meyer viaggiava in Italia per studj. Goethe avrebbe voluto raggiungere l'anno dopo l'amico, approfondire con lui le sue cognizioni artistiche e scrivere quindi col suo ajuto un'opera di polso ed erudita su l'Italia. Ma il bel progetto and come tanti altri in fumo. Stavolta, il maggior incaglio al viaggio erano i subbollimenti politici nella penisola, che al poeta, non battagliero per natura, n amante dei disordini, mettevano sgomento. Il 18 gennajo del 1797, Goethe scrive a Meyer non essersi ancor sedate in Italia le lotte.
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"In Lombardia continuano le selvaggie agitazioni e le cose sono pi intricate che mai. M' quindi venuta l'idea di recarmi direttamente ad Ancona, passando da Vienna e da Trieste". Nel frattempo, legge quel che pu di giornali Italiani e, tra altri, gli capitano alle mani: "L'Osservatore Triestino", "Il Corriere Milanese", "Il Patriota Bergamasco", il "Giornale dei Patrioti d'Italia" e la "Gazzetta di Lugano" (n. 31, di luglio. "Hat nichts ansgezeichnetes", osserva il poeta di quest'ultima)(14). Le notizie desunte non erano fatte per incoraggiarlo a partire per la terra classica dell'arte.
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Nell'autunno del 1797 passa, in un soggiorno idillico a Stfa, sul Lago di Zurigo, allato dell'amico, giorni tranquilli e felici. A Schiller scrive, il 25 settembre, che ha rinunciato pienamente all'idea di scendere in Italia: "Quando avr raggiunto la cima delle Alpi, rifar il cammino seguendo il corso declinante delle acque". E infatti il terzo viaggio al Gottardo dal 28 settembre all'8 ottobre non , a un dipresso, che una ripetizione di quello intrapreso nel giugno del 1775. Le note scritte a quest'epoca da Gschenen, da Hospenthal e d'altrove sono asciutte e laconiche quanto mai. Nessuna parola che concerna l'Italia, che Goethe ha davanti a s. Nessun ricordo dei giorni passati oltr'Alpe. Nessun desiderio di scendere al di l del Gottardo. Il 4 ottobre, alle 81/2, Goethe lasciava Hospenthal diretto al Lago dei Quattro Cantoni, ad Immensee, Zugo, Horgen ed a Stfa.
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Eckermann, nelle note "Conversazioni"(15), racconta come nel pomeriggio del 22 febbrajo 1824 Goethe mostrasse agli amici alcuni disegni colorati di paesaggi Italiani. Tra questi ve n'erano che raffiguravano la parte settentrionale d'Italia confinante colle montagne della Svizzera e col Lago Maggiore. "Le Isole Borromee", scrive Eckermann, "si specchiavano nel lago; sulla riva si vedevano barche ed attrezzi di pescatori; Goethe osserv che quest'era il lago dei suoi "Wanderjahren". A Nord Ovest, nella direzione del Monte Rosa, la collina che costeggia il lago si presentava quale massa nera azzurrognola, come suol essere poco dopo il tramonto. Io ( sempre l'Eckermann che parla) confessai che a me, nato in pianura, la maestosa e melanconica grandezza di tali montagne produceva un senso di terrore e di sgomento e che in nessun modo avrei amato trovarmi in mezzo a gole (Schluchten) siffatte. Questo sentimento, soggiunse Goethe,  naturale. Poich infine, all'uomo convien solo quello stato pel quale e nel quale egli  nato. Chi non  spinto da mire elevate in terra straniera, riman certo ben pi felice in casa propria che in casa altrui".
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Quali fossero questi paesaggi colorati che destavano un sacro orrore nell'animo del buon Eckermann, non troppo disposto al romanticismo, mi dispiace di non poterlo dire ai lettori. Non si sa bene se l'Eckermann intenda parlare qui di pi paesaggi che rappresentavano l'Isola Bella ed i suoi dintorni, o d'uno solo. Sembra per a me che l'attenzione sua si concentrasse sopra un quadro principale, che Goethe diceva figurare il lago della seconda parte del "Guglielmo Meister". Or io conosco varie stampe e dipinti dell'Isola Bella del secolo scorso, ma i paesaggi posseduti dal Goethe mi sono affatto ignoti. La grande incisione dell'Isola Bella, di Marc'Antonio da Re, e gli otto piccoli quadri nelle Isole, dello stesso autore, erano noti ed adoperati dai viaggiatori tedeschi del secolo scorso. Ma questi non erano che disegni incisi. N il diligente catalogo della collezione artistica del Goethe dello Schuchardt(16), n il libro del Keil sul Museo nazionale Gthiano a Weimar(17), n l'articolo dello Zumbini sullo stesso soggetto(18) hanno potuto giovare alle mie ricerche.
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Frane e burroni, cupe ed alte roccie da incutere timore e sgomento non presentano certo i colli ed i monti opposti alle Isole Borromee; anche a tard'ora, spenti gi gli ultimi raggi del sole, la massa compatta di monti all'ultimo sfondo, le colline del Vergante, i dossi di Laveno, le vicine e le lontane sponde, or sporgenti, or rientranti, seminate di paesi, si presentano in maestoso e magico anfiteatro a rilievi marcati s, ma pur sempre di armonica, classica vaghezza. Sta per nell'arbitrio dell'artista il romantizzare, il terrificare, dir cos, il paesaggio pi dolce e pi mite, e forse, se vogliamo giustificare l'impressione avuta dall'Eckermann, l'autore dei disegni lacustri posseduti dal sommo Tedesco era uno dei rannuvolatori d'occasione, abituato un po' a mutare gli ameni declivj in gioghi austeri o in atre caverne. Comunque sia, fedeli o no che fossero le linee dell'artista che ritraevano i contorni del Lago Maggiore, Goethe ne aveva caro il disegno e chi pu dire se esso, acquistato forse nel viaggio ch'ei fece in Italia, oppure ceduto da un amico, reduce dal Lago e dalle Isole, non abbia invaghito il poeta e indotto a scegliere appunto quei luoghi come patria di Mignon ed a descriverli fantasticamente e con colori smaglianti nei "Wanderjahren"?
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Goethe non era solo amante svisceratissimo dell'arte e zelante raccoglitore di quadri, di statue, di stampe, di medaglie d'ogni sorta e d'ogni valore, ma come nessun altro sapeva nutrire la sua immaginazione poetica, merc gli oggetti raccolti. Ad inoltrata et massimamente, l'arte inspira il poeta e gli fornisce quei motivi che in altri tempi era solito acquistare coll'osservazione diretta della natura(19). La forbitezza, la plasticit, il rilievo della Musa Gthiana non hanno pari in nessuna letteratura; certi versi, si pensi all'"Ifigenia", sembrano linee d'una scultura Greca, tradotte in parole. E certi versi infatti, intiere scene dei poemi di Goethe, debbono l'origine ad una penetrante e vivificante contemplazione di un'opera d'arte. Son anni e pi anni che il critico s'affanna a ricercare i quadri che ispirarono a Goethe tal passo o tal altro. Ma il cammino di questi studj  ingombro di difficolt e non sempre mena a buon porto. Le impressioni ricevute si possono sovrapporre, la fantasia modifica a piacimento, evoca immagini passate, ne crea delle nuove.
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 probabile che le illustrazioni di Meriau alla Cronica di Goffredo abbiano direttamente suggerito a Goethe alcune scene dello "Jahrmarktsfest, von Plundersweilern" e del "Gtz von Berlichingen".  probabile che sia ispirata ad un disegno antico non ancor noto la poesia: "Deutscher Parnass". V' chi considera il "Satyros" n pi n meno che un testo poetico ad una serie d'illustrazioni vedute sovente dal Goethe a Lipsia(20). Le reminiscenze di opere d'arte affluiscono copiose nel "Faust". Due ben noti motivi sono in esso forniti dalla Leda del Correggio(21). Il Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa, attribuito all'Orcagna, in una riproduzione fornita forse dall'amico Meyer, sugger al Goethe, come evidentemente ha dimostrato il Dehio in un suo articolo(22), la scena e tutto l'apparato teatrale che segue alla morte di Faust. Parimenti nei "Wanderjahren", nell'"Epimenides", nella "Pandora", si rinvengono traccie d'imitazione o meglio d'inspirazione diretta da lavori artistici.
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Ma qui non  il caso d'insister oltre. Goethe provava un piacere quasi puerile a mostrare ed a spiegare le proprie raccolte nel suo tranquillo ritiro. Egli riandava cos antiche memorie e godimenti antichi. A settantacinque anni, sfoggiando davanti ad Eckermann i paesaggi del Lago Maggiore, Goethe avr ripensato ai giorni nei quali il Lago, dai disegni, dalle descrizioni dei viaggiatori, gli appariva come veduto co' propri occhi e rivestendolo dei colori della propria fantasia ne tracciava egli stesso un quadro, e conduceva Guglielmo Meister ad ammirare la terra della povera e sventurata Mignon. E chiss che l'augusto vecchio non abbia provato un leggero rimorso di non esserci stato lui stesso e d'aver dovuto scrivere di fantasia, figurandosi qua e l cose che probabilmente non esistevano, precisamente come Gian Paolo, che non mise mai piede nelle Isole, che descrisse nel pi celebre dei suoi romanzi!
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Ma perch prefer Goethe mettere in scena nel "Meister" il Lago Maggiore, che non conosceva, anzich il Lago di Garda che aveva visitato per lungo e per largo? Gli  che il secondo godeva fama presso pochi(23), mentre il primo, quel tratto di lago sopratutto che rinchiude come dominio di fate ammaliatrici le Isole, era sulla bocca di tutti i Tedeschi che si recavano, passando da quelle parti, a Firenze, a Roma ed a Napoli e, com'ebbi ad accertarmi per varie letture fatte, di lodi sperticate al nostro lago n'eran piene le carte dei viaggiatori del secolo scorso.
La canzone di Mignon, cos delicata e commovente, che esprime cos bene il desiderio irresistibile per la patria lontana, scolpita nel cuore a tutti i settentrionali che provarono amore all'Italia, resa ora ancor pi popolare dalla melodia del Thomas(24), cantata e ricantata in ogni parte:
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Conosci tu la terra
Ove il cedro fiorisce, ove scintillano
Sovra bruno fogliame aranci d'oro,
Un dolce vento spira
Pel cielo azzurro, ed umile
Il mirto vi germoglia, alto l'alloro?
Lo conosci tu ben? Perch, perch
L non posso, o diletto, andar con te?(25)
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era gi stata composta dal Goethe prima d'esser venuto in Italia(26), prima ancora d'aver scelto la terra natia di Mignon, e non pu esprimere quindi un desiderio qualsiasi per gli aranci, i mirti e gli allori delle sponde del Verbano o del Garda. Sembr al poeta, mentre viaggiava a Vicenza nel settembre del 1786, dover scegliere la citt di Palladio come luogo natio della sua bella eroina. E in Vicenza appunto Goethe si trattenne una settimana intiera per meglio studiarvi l'ambiente. Prima di partire per Padova egli scrive: "A malincuore io abbandono la citt, vi sono tante cose che qui m'attraggono(27)". Fra queste "tante cose" v'erano le belle Vicentine dal profilo deciso, dal viso pallido, dai capelli neri ed ondeggianti, che l'avrebbero trattenuto, "belle creature", confessa il poeta, "che m'infondono un particolare interesse".
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 pure a Vicenza che il poeta scrive (23 settembre 1786), sembrargli gli Italiani un'ottima nazione: "basta vedere i fanciulli, la gente del basso popolo, com'io li vedo e li posso vedere, or ch'io sono esposto continuamente, e mi espongo di proposito al loro contatto. E che figure, che visi si scorgono!" Le opere del Palladio, che chiama divine, divine come le forme di un grande poeta, l'affascinano; non si stanca di ammirare l'armonia delle dimensioni, la bellezza dei colonnati, degli edifizj, visita anche i dintorni di Vicenza, va alla Madonna del Monte, alla Rotonda, e trova indicibilmente bella la vista che di lass si gode. In uno dei sontuosi palazzi Vicentini avrebbe potuto nascere la figlia di Sperata e nipote del marchese, ed  probabile che le "colonne dei porticati", sotto ai quali soleva sedere Mignon ancor bambina, le "belle statue dei vestiboli", i "magnifici edifici", i "vasti chiostri" che Guglielmo Meister visita alle sponde del Lago Maggiore per pagare un tributo alla memoria di Mignon,  probabile che tutte queste belle e splendide cose architettoniche che non adornavano certo le rive del Verbano a' tempi di Goethe, non fossero in gran parte che una reminiscenza dei palazzi di Palladio, tanto ammirati.
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Ma a Vicenza non v' lago, e Goethe per abbellire la sua storia cogl'incanti del paesaggio, com'era in voga presso tutti i romanzieri di grido, dopo che Rousseau nella "Nuova Eloisa" aveva dettato un nuovo verbo, Goethe aveva bisogno d'un lago. Ho accennato pi sopra il motivo probabile perch egli abbia scelto il Lago Maggiore e non il Garda. Or non star io qui a narrare tutto il meraviglioso che  stato scritto sui nostro lago e in particolare sul bacino delle Isole prima che si pubblicasse la 2a parte del Meister, i "Wanderjahren". Ma per intendere meglio l'entusiasmo del Goethe  d'uopo ch'io spenda qualche parola in proposito.
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Gibbon, tutto pieno dei suoi ricordi romani, visitava le Isole Borromee senza deplorare, come Gian Giacomo Rousseau, che l'arte avesse guastato la natura.  singolare com'egli, nella brevissima descrizione fatta del suo viaggio in Italia (Memorie, 1764-1765), dove non parla che di citt, faccia una sola eccezione per l'Isola Bella e la chiami "un sito magico, opera delle fate, nel mezzo d'un lago rinchiuso da montagne"(28). Parecchi anni prima di Rousseau e di Gibbon, il diligentissimo Keyssler, che abbiam visto citato dal Goethe nella "Dichtung und Wahrheit", che non era n poeta n storico, ma che aveva per altro velleit d'erudito e d'antiquario, dava nel 1 volume delle sue "Neueste Reisen", in forma di lettera, una descrizione particolareggiata delle Isole Borromee(29), e v'aggiungeva due grandi tavole illustrative (le uniche nel 1 volume. Nel 2 non trovo che le figure d'un coniglio e d'un pesce, e si badi che sul titolo dell'opera s'indica espressamente: "spiegato con diverse incisioni") rappresentanti la prima: "l'Isola Bella vista dal Sud" e l'altra: "l'Isola Bella come dovr essere nell'avvenire"(30). Quest'ultima riproduce il palazzo fantasticamente allungato alle due ale delle terrazze; da' cortili emergono fitti alberi che continuano in lunghe file parallele per la spiaggia Nord.
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La prima ha ben marcate le dieci terrazze che vanno rimpicciolendosi all'alto con discreta prospettiva. I monti a mo' di nuvole sullo sfondo, i riflessi a perpendicolo nel lago delle masse dell'edificio e dei giardini, le gondole che gironzano attorno, danno l'aria d'un magico recinto, creato non per altri che per poeti e sognatori. Goethe avr messo pi d'una volta gli occhi su queste due incisioni e raffrontandole con altre, coi suoi paesaggi colorati, le avr consultate quando a lui stesso occorreva tracciare il quadro dei lago. Il testo  diligente ed accurato, e non  a dire quanto il Keyssler si estenda a narrare della lussuriosa vegetazione delle sponde del Lago Maggiore, a descrivere, ad esaltare i bei viali, i vigneti ("Absonderlich findet man diese Zierde linker Hand des Sees um Aleso und Belgirada"), le cascate naturali ed artificiali, le terrazze, le spalliere adorne di aranci, di cedri, di pesche, gli agrumi, il verde perenne d'alcune parti, i cipressi e gli allori, le grotte e le arcate, persino le tre bellissime gondole che conducevano le Signorie a diporto.
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V'era da far venire l'acquolina in bocca anche ai pi schivi di siffatti dolciumi. Se dopo la met del secolo scorso molti Tedeschi(31) pigliavano la via delle Isole per recarsi in Italia ed a Roma, lo dobbiamo in gran parte al nostro Keyssler. Perch non il solo Bdecker dei nostri prosaici tempi pu vantarsi d'aver fatto muover le gambe a modo suo a buona parte della curiosa razza umana; effetto simile, sebbene in minor proporzione, producevano i densi volumi dei nostri nonni descrittori di viaggi, vere guide restie ad ogni tasca e lette nondimeno con avidit anche dai sommi. Chi  un po' versato nella letteratura tedesca, nel suo pi classico periodo, non dir ch'io favoleggio. Che Goethe e Gian Paolo Richter abbiano fatto uso di questa vecchia descrizione delle Isole, pi che delle posteriori, non voglio, n posso con certezza affermare.
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Ricercatissimi, in voga quanto mai, erano i Viaggi descritti dall'Archenholz(32) che Carolina Schlegel e Carlotta Schiller leggevano con speciale interesse(33), ma nei volumi dedicati all'Italia non si parla n delle Isole, n del Lago Maggiore. In compenso il Volkmann, che descrisse un po' tutte le parti del mondo, fra altre, alcune che non vide mai (come a dire la Spagna), dedica tutto un capitolo delle sue "Historischkritische Nachrichten von Italien"(34) alle nostre contrade. "A nessuno", dice il Volkmann (pag. 318), "che intraprenda un viaggio in Italia si potr perdonare se tralascia di visitare per un pajo di giorni questi luoghi che non hanno pari in nessuna parte". Dei giardini dell'Isola, dice il Volkmann, che superano forse tutto quello che la storia antica raccontava dei giardini pensili di Babilonia. Non si capisce come il Volkmann, la guida prediletta del Goethe, non abbia invogliato il gran poeta a vedere coi propri occhi il paese della sua Mignon. L'abate Andrs, molto stimato anche in Germania, in una delle sue "Lettere famigliari al fratello Carlo", d anche lui una descrizione entusiastica del Lago Maggiore e delle Isole. "Non creder finte o fuori del naturale le Isole di Calipso e di Alcina, e quelle altre cantate dai poeti, poich tutte sono inferiori alla realt, tutte non eguagliano in bellezza ci che abbiam visto coi nostri propri occhi all'Isola Bella"(35).
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Nel medesimo anno in cui i "Lehrjahren" del Goethe venivano alla luce (1795), Matthison, dopo aver come Salis ammirato e cantato il Ticino(36), si dirigeva al Lago Maggiore e godeva lui pure le delizie e gli incanti delle Isole e dei suoi dintorni, che nei "Ricordi" riaccosta poco meno che al Paradiso(37). Un Paradiso davvero doveva essere il soggiorno al Lago Maggiore dei personaggi del "Titano" (1799-1803) di Gian Paolo Richter. Vero  che all'illustre romanziere si mossero rimproveri d'aver fantasticato fuor di misura tracciando un quadro infedele, esuberante di colori e di luce, delle contrade che solo conosceva dalle descrizioni dei viaggiatori(38), ma non  men vero che i fantasticissimi primi capitoli del "Titano", dove le Isole Borromee appajono or come "Olimpo della natura", or come "marittime Dee", or come "galleggiante Paradiso", dove Dian dice del Lago questa stupenda corbelleria: "Non ti par egli vedere, sulle cime dei monti che costeggiano il Lago Maggiore, riuniti gli Dei che versano per mille cornucopie vino a flutti, a cascate (Wein in Kaskaden), e fanno s che il lago straripi e spumeggi all'intorno?" e dove un altro beatissimo mortale esclama: "A un amico ch'io amo veramente non saprei cosa desiderar di meglio che una madre, una sorella e tre anni di vita comune all'Isola Bella", non  meno vero che tali affermazioni destavano nei lettori una brama immensa di godere anch'essi di tanto Paradiso e di saziar la vista all'aspetto reale e non immaginario dei giardini fatati del Lago Maggiore.
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Von der Hagen confessa essere state le Isole Borromee lo scopo e l'attrazione principale del suo viaggio in Italia per andar dietro alle scene esposte nel romanzo di Gian Paolo(39). Il teologo Carlo Hase che nell'inverno del 1829 intraprende coll'amico Hermann un viaggio in Italia ricorda pure, visitando le Isole Borromee, i personaggi del "Titano" che, nelle sue preziose memorie chiama i suoi "geni tutelari" e riaccosta le scene reali della natura e quelle create dall'esuberante fantasia del poeta(40). E come l'Hagen e l'Hase, quant'altri Tedeschi avranno vagato lass sui terrapieni, sulle terrazze dell'Isola ammaliatrice, rimembrando le romantiche scene dei loro poeti, quanti, mentre il guardiano con querula voce indica il nome delle piante nel giardino, dei paesi sparsi qua e l sulle rive, o con passi affrettati si muove al basso per esser compagno ad altri, avranno avuto presente la scena dei "Wanderjaharen" nella quale, come verremo esponendo appresso, le amiche e gli amici riuniti su d'una delle pi alte terrazze dell'Isola, in una sera illuminata dalla luna, si danno l'ultimo addio, ed al pittore non vien fatto di rimandare in gola la canzone di Mignon che vuol traboccare e trabocca davvero:
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Conosci tu la terra
Ove il cedro fiorisce?
La conosci tu ben?
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Si gridi pure la croce addosso al poeta falsificatore e prevaricatore della natura, ma  ad esso infine che dobbiamo le sensazioni pi forti, pi care e durature nella vita; ben pi sovente che la realt storica, che il freddo aggruppamento di fatti compiuti, che l'aspetto verace e tangibile della natura,  il suo canto che innalza, infiamma e feconda i cuori(41).
Colla prima parte del "Guglielmo Meister", coi "Lehrjahren", la tragica storia dei due strani personaggi del Lago Maggiore, di Mignon e del suonatore dell'arpa, si chiude. Dond'essi abbiano origine, tutti, fino alla rivelazione del manoscritto del marchese, l'ignorano. Un mistero orribile li avvolge. Entrano in scena entrambi come derelitti, perseguitati dalla sorte. Mignon interrogata sulla sua et: "Nessuno ha ancor contato i miei anni", risponde.
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"Chi era tuo padre? - Il gran diavolo  morto". Altre tronche espressioni, i versi ch'essa canta, rivelano che: l'Italia deve essere il suo paese e che il cuor suo tende laggi. Pi buia, inesplicabile ancora  l'apparizione del suonatore dell'arpa. Un passato infelice l'opprime. Vive e soffre per espiare un gran fallo commesso. Come giunse nella bettola, come e dove impar i suoi canti che ora straziano l'animo ed ora divertono la compagnia? Chi lo sa? Chi pu schiudere le labbra del vecchio ed indagare il suo secreto? Di vicenda in vicenda, padre e figlia, ignoti l'uno all'altro, seguono la sorte del loro protettore. L'attaccamento loro  sincero e profondo, e non si dilegua come l'amore dei loro errabondi compagni.
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Ma la maledizione del cielo pesa sul loro capo. I giorni che scorrono aggiungono miserie a miserie, dolori a dolori. E l'eco di questa desolante tragedia s'ode or negli accenti dell'uno, ora in quelli dell'altra; voci che esprimono un desiderio sconfinato per la patria lontana, un vago sperare nel di l della vita, uno strazio interno che non si vuol rivelare, uno sforzarsi indarno a trattenere una passione che scoppia, un desiderio di morire per essere assolto dalla colpa e dalla pena; voci frammiste a lagrime ed a sospiri; voci d'amore e di pazzia, canti disgiunti e canti riuniti ad esprimere un medesimo sentimento, un medesimo dolore, lo stesso mistero.
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I tratti di Mignon rivelano il tipo meridionale. Ha neri occhi e neri capelli. Il corpo  ben fatto, le membra per dinotano un forte sviluppo stato violentemente represso. Non regolari le forme del viso, ma belle e sorprendenti. La fronte misteriosa, il naso di straordinaria bellezza, la bocca stretta un po' troppo per l'et e contratta talvolta rapidamente ad un lato, ma pur sempre ingenua e vezzosa. - Il suonatore  lungo e snello di statura; la testa calva non mostra all'intorno che una corolla di pochi capelli incanutiti, lunghe e bianche sopracciglia copron due grandi occhi azzurri che guardano languidi e mesti. Sotto un naso ben fatto scende leggiadra, senza coprire le labbra, una barba lunga e bianca. Mignon non parla che in tuono solenne, mettendo le mani al petto e inchinando forte la testa; non sale e non scende le scale, ma le divora a salti. Per pi giorni non dice verbo e non risponde di tempo in tempo che a certe domande, sempre in modo strano; la lingua sua  un tedesco frammisto a parole francesi ed italiane.
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Non sa scrivere, ma lo impara e vi riesce, perch dotata di pronta intelligenza, ma le lettere rimangono disuguali, le linee storte. Bench pregata e minacciata pi volte, non vuol vestire che abiti maschili; la veste di fanciulla non l'indossa che allorch ella si preparar a morire. Le abitudini religiose dell'infanzia non smette ancora; tutte le mattine frequenta la messa e Guglielmo, che le va dietro una volta, la vede inginocchiarsi e pregare fervidamente col rosario alla mano. Dorme in una cameruccia e sulla terra nuda; ogni preghiera d'accettare un letto od un pagliericcio  vana. Instancabile nei servizj, affezionata al signore che l'ha tolta al barbaro saltimbanco, affezionata s da struggersene, da morirne d'amore, Mignon  l'angelo benigno che consola le ore tristi di Guglielmo. Se lui patisce, soffre ella del suo dolore. "Signor mio.... se tu sei infelice, cosa sar io?"
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Il vecchio suonatore compare vestito di una lunga tunica di colore oscuro che lo copre dal collo ai piedi e la figura sua ha l'aria s strana che i compagni di Guglielmo al primo scorgerlo lo pigliano a scherno e si domandano se egli sia prete o ebreo. Per ogni circostanza ha pronta una canzone; non ha che da attingere all'abisso del suo cuore ed i canti vengono da se. In una cattiva osteria, perduta in un angolo remoto della citt, ha scelto la sua dimora, ha un povero letto e nessun altro mobile. Guglielmo che lo visita, all'appressarsi nel tugurio ode degli accordi d'arpa, suoni commoventi, lamentevoli, accompagnati da un canto triste e angoscioso; le stesse strofe si ripetono pi volte, interrotte da singhiozzi e da pianti; le corde dell'arpa or vibran sole, or congiunte ad una voce fioca. Il povero sciagurato lacera la propria ferita invece di medicarla.
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Ma al giovine che gli ha steso una mano pietosa e lo vuole compagno, suona altri accordi, canta altre canzoni, desta sensazioni sopite nel cuore, meste e gioconde alla volta e consola altrui mentre  egli stesso inconsolabile. Mignon  attratta magicamente dal suonatore che non abbandona finch pu e dal quale impara le sue melanconiche canzoni. "Tu non mi vuoi pi con te", dice ella una volta a Guglielmo. "Fors' pel mio meglio. Mandami dal vecchio suonatore, poveretto  sempre cos solo!" Ma l'amore per il suo protettore ha ormai incendiato il suo cuore; l'amore la divora e consuma a poco a poco. Se il vecchio ha un secreto che a nessuno vuol palesare, ella ha pure il suo secreto che rinchiude in s. "Lascia ch'io taccia - non mi far parlare - il mio secreto - io lo rinchiudo in me".
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E canta della patria lontana, dei suoi monti, del sentiero che s'arrampica sul colle, delle colonne che sorreggono il tetto paterno, degli aranci dorati, dell'alloro de' suoi giardini. "O mio diletto - laggi, laggi io volerei con te". Cantata per la seconda volta la canzone: Conosci tu quella terra? domanda a Guglielmo guardandolo fisso in viso. - Dev'esser l'Italia, rispond'egli. - L'Italia, ripete Mignon in tuono che significava: Se tu vai in Italia, prendimi con te; qui si gela. Col povero vecchio, che sa far vibrare tutte le corde dell'arpa e del cuore, canta ancora ch'ella  sola, priva d'ogni conforto, che guarda lass nel cielo. "Chi mi conosce e m'ama - lungi, lungi  da me". Il suonatore vorrebbe staccarsi dal suo signore e fuggire il fato che lo flagella, errare, trascinarsi di porta in porta finch dura la vita, mendicare da caritatevol mano il suo pane.
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A lui, canta l'infelice, la luce del sole mattutino colora l'orizzonte di fiamme e sul suo capo colpevole si rompe e si frange l'immagine del mondo. Esacerbato e pazzo, cagiona un incendio, minaccia di morte un bambino, scompare, riappare e infin s'uccide. - Mignon, accortasi d'altre rivali in amore ben pi di lei fortunate, languisce; separata da Guglielmo, la vita sua pende ad un filo. Il medico riferisce come ella sia divorata da due insanabili sentimenti: dal desiderio di rivedere la terra natia e da una passione per Guglielmo, che ha sempre nascosta.  la sola cosa terrena che si osservi in lei. Dev'essere, aggiunge, dei dintorni di Milano e rapita dai genitori ancora in tenera et. Nella disperazione, ha fatto voto alla Madonna di tener nascosto a tutti la sua origine, il suo nome e quello del suo paese.
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Un animo eccessivamente sensibile e delicato, l'obbligo contratto di non lasciar trapelare al di fuori il suo amore infelice, le procurano frequenti sussulti al cuore. Ad una di tali scosse essa deve, o tosto o tardi, soccombere. Quando Guglielmo arriva per consolarla, ha gi un piede nella fossa e si prepara a morire. Compare un'ultima volta fra le compagne, con angeliche sembianze, in veste candida, con un giglio in mano. Prende la lira e canta l'ultima canzone(42). Il marchese suo zio non la riconosce che morta, non pu che assistere alle esequie. In un manoscritto rivela agli amici la storia della povera fanciulla e del padre suo, il suonatore dell'arpa.
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Donde trasse Goethe questa storia, che Schiller avrebbe voluto raccontata pi brevemente, pi incalzante nella fine?(43) Confesso, che per quante indagini io abbia fatto, non sono venuto finora a capo di nulla. Alcune congetture, delle quali io stesso diffido, credo bene di risparmiarle al lettore.
La famiglia del marchese, fratello del suonatore dell'arpa, ha origine dal Lago Maggiore. Il poeta, che aveva lui stesso una vaga idea del lago e forse nessuna contezza dei paesi sulle sue sponde, tace ogni nome. A quanto pare egli voleva svolgere la scena non lungi dalle Isole. Agostino, dedito alla poesia ed alla musica gi nella prima giovent, natura facilmente entusiasta ed esaltabile, sente affezione ed amore irresistibile per Sperata, che ignora esser sua sorella.
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Ogni sforzo per tenerlo lungi dall'amante  vano. Da questo sciaguratissimo amore  nata Mignon. La bambina, tolta ben presto a Sperata ed affidata a buona gente del lago (unten am See), impara presto a camminare, cresce snella e robusta, s'arrampica per monti, si diverte a correre sull'orlo delle barche, suona la cetra e canta senza che altri l'ammaestrino. Sovente la si vedeva seduta in mesta contemplazione sotto le colonne dei portici d'una villa. Ma un bel giorno scompare. Si trova galleggiare il suo cappello non lungi dal luogo dove il torrente si precipita nel lago (qual torrente - chi l'indovina?). La voce che la fanciulla  annegata si spande nei dintorni e giunge agli orecchi di Sperata. E, come suole avvenire, s'intesson fiabe sul fatto.
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Si narra che il lago esigeva un bambino innocente, non gi morto, ma vivo, e che tosto o tardi lo respingeva alla riva; anche l'osso il pi piccolo una volta calato al fondo, doveva essere respinto fuor d'acqua. Si racconta la storia di una madre infelice che rivoltasi con fervide preghiere a Dio ed ai Santi per concederle di poter seppellire almeno il cadavere del bambino annegato nel lago, alla prima burrasca ne scorge il cranio alla riva, alla seconda il busto e quand'essa ebbe raccolto tutte le ossa e portate avvolte in un panno in chiesa, l'involto cresce a poco a poco di peso; deposto ai pie' dell'altare, s'odon grida, e, con stupore d'ognuno, il fanciullo si sprigiona dal panno: mancava per un ossicino al dito mignolo della mano destra; anche questo si die' a cercarlo la madre, che lo rinviene infine e lo dona alla chiesa come reliquia(44). Sperata ha tutte le esaltazioni religiose del suo paese. A tard'ora, mentre la luna risplende in cielo e batton l'onde alla riva, crede ella che ad ogni schiumeggiare e scintillare dell'acqua le sia portata la morta bambina. Durante il giorno non si stanca di recarsi l dove la riva scende piana nel lago e raccoglie in un cestello tutte le ossa che le gettan l'onde.
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Chi la vedeva, la reputava non pazza, ma santa, tant'era il suo zelo, la sua fede. "Io la seguir presto, io la seguit presto - mi sento togliere un peso dal cuore", continuava a ripetere. Un giorno la si vide impallidire d'improvviso, morire. - Fin qui non un accenno a questa o quella regione particolare del lago; anche il chiostro dove Agostino passa i suoi d in preda alle pi forti agitazioni, non seduto mai che allorch suona l'arpa e canta le sue meste canzoni, non si sa dove sia posto. Se non che il poeta, indicando appresso la statua di San Carlo vicino ad Arona, precisa alquanto, di proposito o no, la situazione. Morta Sperata e reputata santa, non  chi non voglia vederne il cadavere deposto in speciale cappella. E v'accor gente dai monti, dalle valli, da ogni luogo. Le preci, l'adorazione, i miracoli crescono di giorno in giorno.
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Il clero tenta invano d'opporsi al nuovo culto. Il popolo insorge, i pi fanatici minacciano agire contro i miscredenti. "Oh! dicevan essi, non era forse San Carlo Borromeo fra i nostri antenati? E non ha forse la madre del Santo sopravvissuto alla gloria della sua beatificazione? Non hanno forse voluto metterci sott'occhio la sua grandezza morale erigendo  quella gran statua sul colle presso Arona?(45) Non vivon dunque i suoi tra noi?" Avvenimenti tali non potevano essere ignorati nel convento del povero Agostino. L'infelice, consapevole del suo fallo, all'enormit del caso non si d pace, le furie l'incalzano; un bel giorno scompare. Come egli si sia fatto strada pei monti, non si sa. Nei Grigioni si  trovato una volta traccia di lui, poi lo si perdette completamente di vista.
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Dalla comparsa del primo libro del "Guglielmo Meister" all'ultimo della seconda parte dei "Wanderjahren" corrono nientemeno che 51 anni(46). Il sommo poeta ha dedicato alla composizione del suo romanzo, precisamente come al Faust, mezzo secolo, l'et pi matura. Gli  come se in un gran quadro Goethe avesse voluto riprodurre l'immagine complessiva della vita, degli ideali e delle esperienze dell'uomo. Rahel, la pi profonda scrittrice ch'abbia avuto, a mio avviso, la Germania, diceva, parlando del Meisler, che per dipingere gli uomini Goethe non aveva fatto altro che togliere la penna di mano al Cervantes(47). Ma i "Wanderjahren" non sono all'altezza dei "Lehrjahren", e la seconda parte del "Don Quixote" vale pi, ben pi della seconda parte del "Meister". In quest'ultima non v' connessione, distribuzione organica di sorta. Se tutti i romantici dal pi al meno impararono dai "Lehrjahren" e ne imitarono la forma e il contenuto nei loro componimenti narrativi(48), Goethe nei "Wanderjahren" ha quasi l'aria di voler seguire Tieck e consorti nell'uso frequente di episodi, di novelle, di lettere e di descrizioni che disgregano o sperdono l'azione principale.
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Il marchese s'era fatto promettere da Guglielmo una visita in Italia, nel paese dove Mignon era nata ed aveva passato i primi anni. Lui s'offriva a condurre l'amico per le sponde, pei seni del lago, dove Mignon soleva raccogliere le sue pietruzze per trastullo. Quando Guglielmo, per soddisfare l'obbligo contratto, per rinnovare care e tristi memorie antiche l dove la sua fida compagna aveva visto la luce ed anche per vedere Ilaria e la bella vedova, intraprende il viaggio al Lago Maggiore, il marchese non era ancora rimpatriato. Per colorire pi romanticamente la scena, Goethe pens dare un compagno al suo eroe nella persona di un pittore ch', non mi perito a dirlo, figura troppo artefatta e, direi quasi, troppo provvidenziale, informato, non si sa come, dei casi di Mignon, delle canzoni che la sventurata cantava, spinto dal desiderio di vedere la terra natale della fanciulla, di dipingere quei tratti di paesaggio che rappresentassero Mignon nei pi caratteristici momenti ed aver cos sempre presente quell'immagine, "che vive in ogni cuor gentile".
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Ma v'ha di pi. Il pittore sa all'occorrenza cangiar la paletta per la cetra ed intrattenere, animare col canto le gite dell'amico. Ma l'effetto della scena  esso veramente accresciuto coll'aggiunta di tale personaggio? A che accumulare arte ad arte dove la natura  per se stessa eloquente? O voleva forse Goethe darci l'idea d'una perfetta Arcadia? Non sarebbe stato meglio, pi naturale o pi poetico lasciar vagare Guglielmo solo coi suoi pensieri, coi suoi ricordi per le sponde del lago? Cos com' tracciato il quadro, la vera espansione  soppressa; v' bens un soffio di vita meridionale, dolci canti e dolci note alternano colla contemplazione dell'incantevole paesaggio, i verdi pergolati, i castagni, gli allori spiegano sotto il pi bel cielo ed ai fervidi raggi del sole il loro abito pomposo, palazzi e ville, sale e terrazze non mancano per chi vuol godere l'ozio, gli agi, il molle e voluttuoso vivere del Mezzod, e la luna anch'essa risplende co' suoi raggi fiochi ed argentei ed accresce l'incanto, ma non so se altri giudicher com'io giudico: la bella natura  pi dipinta che sentita, v' soverchia ricerca d'effetto. Il poeta non ha messo mai piede nei luoghi che descrive ed ha bisogno delle descrizioni altrui per tracciare e per colorire la scena. Quanto pi commovente e efficace un sol verso di Mignon nei "Lehrjahren", che accenna alla patria lontana, di questa pittura della patria stessa nei "Wanderjahren"! Se Gian Paolo Richter descrisse nel "Titano" il Lago Maggiore, indotto, come suppongo, dal racconto di Sperata nel "Guglielmo Meister" e dallo stupore che cagionavano le Isole ai viaggiatori di quel tempo, ora  Goethe che va dietro l'esempio di Gian Paolo.
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Tutti i paesi dei dintorni dell'Isola Bella possono disputarsi il vanto d'aver dato i natali a Mignon. Goethe non cita nomi, non d indicazioni di sorta e la descrizione che fa del Lago Maggiore, tranne la scena all'Isola Bella, potrebb'essere quella di qualunque lago al settentrione d'Italia(49). Guglielmo arriva al lago non si sa da dove, probabilmente dal Piano di Magadino, poich il poeta parla delle regioni montuose che il suo eroe ha dovuto attraversare e della vallata splendida che gli s'apre in seguito dinnanzi. Con scrupolosa esattezza, col raccoglimento di chi vuol toccare palmo per palmo la terra che ha visto nascere e crescere una persona amata che non  pi, Guglielmo, in compagnia del pittore, visita le ville, gli ampi monasteri(50), ogni tratto di spiaggia, le punte sporgenti, le parti ricurve e rientranti, gli imbarcaderi, le dimore di arditi e di poveri pescatori, non meno che i villaggi ridenti ed ameni (Goethe dice propriamente: "die heiter gebauten Stdtchen") sparsi qua e l su le sponde, ed i castelli sulle alture vicine(51). Il pittore ritrae col massimo zelo le scene che ha davanti, ed all'immaginazione sua vien sempre in aiuto l'amico con dettagli di vedute ch'egli solo sa dire. Qui sotto i colonnati di superba villa, davanti alle statue del vestibolo, vedevasi Mignon assorta in meditazione(52).
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L essa dondolava, diguazzando, sopra una barca slegata. L ancora s'arrampicava come giovin mozzo sopra un albero da vela. Un quadro che il pittore aveva compiuto prima ch'egli si incontrasse con Guglielmo, rappresentava Mignon entro aspre montagne in mezzo ad una banda di gente inqualificabile. Con energici tratti erano marcate nel dipinto le roccie strette, ripide, terribili, i precipiz minaccianti, le frane oscure le une alle altre sovrapposte, che, se non fosse un ponte ardito praticato su di esse, avrebbero reso impossibile il passaggio ad altre regioni(53). Non senza un misterioso terrore visitarono i due amici il palazzo del marchese, ed anche in questo recinto furono bene accolti dalle "autorit civili ed ecclesiastiche"(54). Di riva in riva, attraversando il lago in tutte le direzioni su leggera barchetta, Guglielmo ed il pittore passavano i pi bei giorni della pi bella stagione.
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Non un levar del sole, non un tramonto, nessuna delle gradazioni infinite di colori e di tinte che la luce prodiga al cielo, alla terra, al lago e raddoppia nell'onde coi suoi riflessi, pass loro inosservato. Un'ubertosa vegetazione seminata dalla natura e coltivata dall'arte, li circonda da ogni parte. Dopo aver salutato i primi boschi di castagni, seduti sotto cipressi, osservavano non senza un melanconico sorriso ergersi alto l'alloro, rosseggiare il melagrano, fiorir gli aranci ed i limoni e tra il bruno fogliame scintillar le frutta(55). Ma ben altra animazione porgeva il lago, allorch il pittore rinvenuto un liuto nel palazzo accompagnava col suono le pi belle canzoni ed attirava a s e barche e canotti e gondole. Persino i barconi da carico e da mercato si fermavano per udirlo. Una lunga fila di curiosi si radunava sempre alla spiaggia all'approdare dei due amici.
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Guglielmo aveva ormai raggiunto lo scopo principale del suo viaggio al lago. Tutte le localit che avevano rapporto in qualche modo colla storia di Mignon erano state non solo attentamente ed esattamente visitate, ma disegnate altres, alcune ombreggiate e colorate, altre riprodotte accuratamente su quadri compiuti nelle pi calde ore del giorno. Una visita restava a farsi prima di allontanarsi dal paese di Mignon. Per salutare Ilaria e la bella vedova, Guglielmo ed il pittore non si stancano d'attraversare il lago in tutti i sensi e di portarsi solleciti in quei luoghi, dove lo straniero soleva fare il suo ingresso "in questo Paradiso".
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La gondola dei nostri si scontra con quella delle due amiche. Ad un segno Guglielmo  riconosciuto; le donne invitano gli uomini a far parte della loro compagnia. Il poeta, che ha ora quattro personaggi da condurre a diporto sul lago e si trova,  d'uopo confessarlo, un po' impacciato per dar nuovo aspetto alla scena, mette a profitto il ricordo del suo soggiorno alle lagune di Venezia, fa ripetere alla romantica brigata le gite amene qua e l per luoghi non indicati mai, ma che noi dobbiamo figurarci molto prossimi alle Isole. Gli amici riuniti colle amiche, seduti rimpetto ad esse in leggiadra barchetta, in mezzo al pi beato angolo del mondo (in der seligsten Welt), accarezzati da leggera brezza(56), passavano ore deliziose. Rientrando nel porto, il pittore salta solo sulla gondola, si stacca dalla riva, tocca il suo liuto e intenerisce con quel canto lamentevole, elegiaco, che i pescatori veneziani sogliono intuonare dalla riva al mare, dal mare alla riva. Sull'ora del mezzod, quando le signore approdan sole e Guglielmo e l'amico passano davanti al porto, l'artista rinnova lo spettacolo. A pi convenevol distanza riproduce la commovente declamazione e reprime a stento, per non ferire il cuore del compagno, questa o quella canzone, note dai "Lehrjahren", che gli rimane sospesa sulle labbra, sulle corde del liuto. Un soggiorno tale non pu a meno di ravvicinare i cuori. Un dolce laccio d'amore univa Guglielmo e l'artista alle due amiche. Ma l'ora della separazione era stabilita, l'amore doveva essere vinto, spento.
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Prima d'aver goduto a saziet gli incanti che offriva la libera natura, n Guglielmo n il pittore non pensavano a visitare "la pi adorna delle Isole" ed a mostrare alle amiche gli oggetti d'arte (non troppo ben conservati, osserva il Goethe, dietro quali indicazioni non so spiegare) che essa contiene. Si decisero infine a passare all'Isola Bella gli ultimi tre giorni della loro dimora al lago. E, come avviene a chi, prima di staccarsi da una regione che ama, si reca al punto pi attraente per portarne profondo, incancellabile ricordo, Goethe fa riunire i suoi personaggi nel pi bel punto del lago e l fa succedere la separazione, la rinuncia all'amore (die Entsagung). - Nuovi barcaiuoli, nuovi domestici si trovano pronti pel trasporto e pel servizio dei passaggeri al giardino d'Armida. E quasi fosse l'Isola, come a' personaggi nel Titano di Gian Paolo, luogo famigliare ai nostri da gran tempo, vi si stabiliscono da padroni e vi passano "tre giorni divini".
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Che il pittore ivi faccia sfoggio dell'arte sua e diletti la compagnia mostrando le sue vedute, i quadri dipinti durante il soggiorno al lago, che venga inserita a questo punto della storia, opportunamente o no, una caratteristica dei paesaggi dell'artista, dove vien detto, fra altro, che al nostro pittore riescono in special modo i disegni di regioni alpine, o di un pacifico tratto di lago colle rive verdeggianti e boscose e dietro ad esse: alte montagne, gioghi con nevi e ghiacci perpetui per contorno, che Ilaria s'occupi ora anch'essa di pittura ed acquisti "d'un tratto" non solo la facolt di perfettamente ritrarre ci che osserva, ma quella altres di dar colore e vita all'inesprimibile, era per Goethe, che non tralascia d'altronde di accennare alle passeggiate di Guglielmo colla bella vedova, ora sotto i pini ed i cipressi, ora lungo i pergolati e le spalliere delle terrazze, l'unico mezzo per occupare nella descrizione quel tempo che ancor mancava a congedarsi dal lago.
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Frattanto la sera del terzo giorno era sopraggiunta. La luna (Gian Paolo s'era valso anche lui della luna piena per dar pi magico aspetto alle scene sul lago) splendeva piena in cielo e non lasciava sentire il passaggio dal giorno alla notte. La nostra compagnia s'era riunita su una delle pi alte terrazze per contemplare il lago che di lass si scorgeva in tutta la sua ampiezza, e che brillava e scintillava ai raggi della luna. Ancora una volta si parl di questa regione privilegiata, dei pregi di questo cielo, di questo lago, di questa terra. Il presentimento doloroso dell'abbandono era nel cuore di ognuno. Le parole morivano in gola, la societ ammutoliva a poco a poco. Il pittore, che non poteva scacciar dalla mente i ricordi a Mignon, non sovvenendosi - nell'esuberanza della passione - d'aver pel passato risparmiato all'amico il canto di troppo note canzoni, afferra il liuto e dopo un preludio energico intuona vibrando le corde, con doloroso abbandono, la prima canzone di Mignon:
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Conosci tu la terra
Dove il cedro fiorisce?...
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La luna alta in cielo illumina la scena. La commozione ha raggiunto il colmo e trabocca. Le due amiche s'abbracciano, i due amici si gettano al collo l'uno dell'altro. Al mattino seguente Guglielmo ed il pittore si credevano forti abbastanza per prendere commiato. Le signore erano gi partite per tempo, inosservate. Il Paradiso come per magico incanto si era tramutato in deserto. Gli amici s'imbarcano e "nella parte superiore del lago" si separano anch'essi.
Tale  il quadro che il maggior poeta della Germania ha tracciato del Lago Maggiore nella seconde parte del "Guglielmo Meister", intessendo la famosa canzone "Conosci tu la terra..." d' arabeschi, di fregi e di frangie ed aggiungendo un finale a sensazione nel gusto dei romantici(57).
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Tranne per l'ultima scena che , non v'ha dubbio, il punto culminante dei "Wanderjahren", troppo bene si scorge come Goethe durasse fatica a trovare quell'ispirazione che l'aveva guidato molti anni addietro nel comporre la prima parte del suo romanzo. Guglielmo compie un pio dovere nel visitare la terra natale di Mignon, ma il suo cuore  troppo poco presso la cara e gentil fanciulla d'un tempo e legato troppo spesso ad altre affezioni(58). Ma questo svolazzare di passione in passione era vecchia sua abitudine e noi ci auguriamo che ci ch'egli scrive all'abate, di voler compire i suoi "Wanderjahren" "con maggior costanza e fermezza", si effettui quanto pi presto. E poi perch non una parola di ricordo al padre infelice di Mignon? Come se il paese di Mignon non fosse anche il paese del povero suonatore d'arpa!
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Come se quest'ultimo non avesse diritto anche lui all'affezione ed alla memoria di Guglielmo! Come se lo sciagurato che il destino perseguitava, non avesse molte volte soffocato il proprio dolore onde consolare l'amico col canto, per ripiombar quindi nel labirinto dei propri affanni; come se non avesse represse le sue lagrime per asciugare le altrui e cercato d'infondere nell'animo dell'amico quei sentimenti elevati di cui Guglielmo abbisognava ad ora ad ora, trascinato com'era da una compagnia leggera, superficiale e in gran parte depravata! - L'episodio al Lago Maggiore, come la pi parte degli episodi nella seconda parte del "Meister", forma un gruppo per s e malamente si riconnette colla storia passata.
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Ritornando ora, per conchiudere, ai due tragici personaggi del Lago Maggiore, intendeva il poeta ritrarre in Mignon e nel suonatore l'immagine, idealizzata si capisce, di persone a lui note e da lui frequentate? Ad altri l'ardua sentenza. Quando lo Scherer credette aver trovato il modello del suonatore in un vecchio arpista di non so pi qual paese che Goethe conosceva, il Dntzer gli fu subito addosso e dimostr che il tale arpista non faceva allo scopo del poeta perch troppo benestante e sapeva guadagnare all'uopo i suoi bravi scudi per sera(59).
Comunque sia. per opporre alla societ spensierata di attori nel mezzo della quale viveva l'eroe del romanzo, due persone di natura pi verace e profonda, di sentimenti pi nobili, di cuor pi sensibile, capace non di passioncelle ma d'intere passioni, due persone insomma che fossero come geni tutelari al giovane che s'avventurava inesperto nel mare burrascoso della vita e lo sorreggessero e lo consolassero e l'ispirassero, bench vittime loro stesse di un fato inesorabile, immerse nel mistero e nel dolore, per alternare col canto le avventure e le discussioni sovente banali d'errabondi commedianti, e dar veste poetica e simbolica all'azione, Goethe ide Mignon e il suonatore dell'arpa. Scrive a questo proposito un critico dei buoni vecchi tempi: "Mignon, Sperata ed Agostino formano la sacra famiglia della poesia della natura e danno alla storia la nota poetica e musicale. Per l'esuberanza del loro sentimento essi sono destinati a soccombere. Gli  come se questo dolore ci dovesse rompere il cuore a pezzi, ma il dolore ha qui il suono, la forma del gemito d'una Dea, e la sua voce mormora e si perde sui flutti della melodia, come le preci sublimi di un coro"(60).
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Mignon, quanto il suonatore, sono fra le figure pi profondamente concepite dal Goethe. In nessun'altra egli ha infuso pi del suo stesso dolore, delle sue angoscie interne, di quella mestizia, di quei sentimenti elegiaci che ogni grande poeta, per quanto ottimista egli sia, necessariamente acquista dalla contemplazione delle vicende e delle sciagure umane. I canti di Mignon e del suonatore sono, a mio giudizio, le liriche pi profonde e pi belle che la Musa dei popoli moderni abbia prodotto. Essi dureranno e si ripeteranno finch durer in terra il potere della poesia. Alla fantasia del grande Tedesco dobbiamo esser grati d'aver voluto metterli in bocca a persone che, per la patria loro, sono un po' anche nostri parenti.
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FINE.
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Note al testo.
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(1) Briefwechsel zwischen Schiller und Wilhelm von Humboldt, Stuttgart, 1876.
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(2) "Il cielo d'Italia non  cos fosco come lo si suppone da lungi" (Italiens Himmel ist so schlimm nicht, als er in der Ferne scheint), Humboldt a Schiller, 22 ottobre 1803, pag. 462.
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(3) Sono fioccati e fioccano tuttod gli studj e gli articoli sopra Goethe e l'Italia. Poco noto  un lavoro di Ed. Dowden, il biografo dello Shakespeare e dello Shelley: "Goethe and Italy", nella Fortnightly Review, luglio 1890, e nel terzo volume delle "Publications of the English Goethe Society". I lettori conosceranno l'articolo di O. Ball: "Goethe e l'Italia", nella Nuova Antologia, del 15 aprile 1890.
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(4) Goethes Werke im Auftrage der Grossherzogin Sophie von Sachsen. Vol. 29. Weimar, 1891, pag. 120 sg.
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(5) C. Ruland. Goethes Reiseskizzen aus der Schweiz 1775. Goethe Jahrbuch, vol. XIII (1892), pag. 96. N. 11. Scheideblick nach Italien von Gotthard den 22 Juni 1775.
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(6) Ho davanti a me i viaggi descritti dal Keyssler nel 1740 nella seconda edizione riveduta ed accresciuta dallo Schutze. Pi innanzi dir com'abbiano potuto servire al poeta.
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(7) Cinque anni dopo questo primo viaggio del Goethe alle porte d'Italia giunge L. Knebel alla cima del Gottardo ed avviene a lui press'a poco ci ch'era avvenuto al grande poeta.
 K. L. von Knebel's literarischer Nachlass und Briefwechsel. Leipzig, 1840, vol. I, "Tagebuch im Jahre 1780", pag. XXXIV: "Sulla cima del Gottardo contemplai le vette elevate dei monti, e mandai un saluto all'Italia, alla terra che non doveva ancor visitare". Knebel ascende in parte il Pettinenberg (Monte Fibia) che chiama la "montagna pi elevata d'Europa". Giunto a un fianco del monte, rivolto all'Italia guarda all'ingi la valle seminata da villaggi, il Ticino che volge a spire le sue acque argentee, contempla la lussureggiante vegetazione: "Il mio cuore rendeva verso l'Italia; non permettendomi la sorte d'effettuare il viaggio desiderato, cercai di richiamare alla memoria chi aveva di pi caro dei miei amici in patria (pag. 131).
 Degni di nota sono pure i consigli che il duca Carlo Augusto di Weimar impartiva all'amico (pag. 114) in una lettera dell'8 giugno 1780, sul modo di viaggiare al Gottardo.
 - L'ascensione al Gottardo lasciava nell'animo dei poeti e scrittori Tedeschi del secolo scorso profonde, incancellabili impressioni. "Il Gottardo, il Gottardo, amico mio", scrive il Bonstetten da Lugano il 25 novembre 1773 (Briefe zwischen Gleim, Wilhelm Heinse und Johann von Mller - Aus Gleims litterarischen Nachlasse hrg. von W. Krte. Zrich, 1806, vol. II, pag. 192), "lascia dietro s di gran lunga la poesia di Silio, di Thomson, di Pope. Il solo Milton raggiunge qua e l quel sentimento del sublime che il Gottardo ad ogni passo infonde". E si lagna che l'Haller nel poema sulle "Alpi" non abbia dedicato un canto anche al Gottardo.
 Non minor rispetto al re dei monti dimostra l'Heinse scrivendo dall'ospizio al "padre" Gleim il 1 settembre 1780. (Vedansi le lettere sopra citate, vol. II, pag. 3 sg.). "Le scrivo dal pi remoto angolo del mondo, dai ruderi estremi della creazione; a petto del Gottardo, le ruine della Grecia e di Roma non sono che casupole di carta frantumate, trastulli per bambini e meno ancora". E in questo tuono tira innanzi fino a far sorgere dalle viscere, dagli imi abissi del "patriarca delle Alpi", da questo "ossario della Natura" uno spettro terribile che si annuncia come principio e fine dell'universo.
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(8) J. J. Volkmann. Historisch-kritische Nachrichten von Italien. Leipzig. 1770.
 Il Volkmann era il Bdecker dei viaggiatori d'allora.
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(9) Sul soggiorno del Goethe al Lago di Guida, cfr. oltre il 1 volume della Chronik, n. 3, anche Zanella: Wolfango Goethe a Vicenza nel settembre del 1786. Ricordo di nozze. Vicenza, 1863.
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(10) O. Harnack. Zur Nachgeschichte der italienischen Reise. Goethes Briefwechsel mit Freunden und Kunstgenossen in Italien 1788-90, nel 5 volume delle "Schriften der Goethe Gesellschaft hrg. von Suphan 1890" e un articolo del Geiger in proposito nella "Nation" del 1891, n. 16.
 Mi dispiace di non aver potuto leggere le lettere recentemente pubblicate con un'introduzione del d.r Burckhardt: Goethes Briefe an Philipp Seidel. Italien, 1786-1788. Wien, 1893.
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(11) Aggiungasi che il Goethe era allora desideratissimo in patria. Herder non vedeva l'ora di riabbracciare l'amico [vedi una lettera di Herder e della moglie sua Carolina a Teresa Forster (marzo 1788) pubblicata del Leitzmann nella Vierteljahrschrift fr Litteraturgeschichte. Weimar, 1893, IV, pag. 589].
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(12) H. J. Herzfelder. Goethe in der Schweiz. Eine Studie zu Goethes Leben. Leipzig, 1891.
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(13) Bern. Seuffert. "Die Herzogin Anna Amalia Reise nach Italien. In Briefen ihrer Begleiter". Preussische Jahrbcher, 1890, vol. 65, pag. 535 sg.
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(14) V. in Krschner: Deutsche National-Litteratur. - Goethes Werke. Dreiundzwanzigster Teil. Aus einer Reise in die Schweiz hrg. v. H. Dntzer. Berlin-Stuttgart, 1889, pag. 19-21.
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(15) Gesprche mit Goethe in den letzten Jahren seines Lebens von J. P. Eckermann. 6a ediz. Leipzig, 1885, vol. I, pag. 78.
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(16) Chr. Schuchardt. Goethe's Kunstsammlungen. 3 volumi. Jena, 1848.
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(17) Bob. Keil. Das Goethe-Nationalmuseum in Weimar. Weimar, 1886.
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(18) Bon. Zumbini. Il Museo Gthiano nazionale a Weimar, negli "Atti dell'Accademia di Napoli", 1890, ora in "Studj di letteratura straniera", Firenze, 1893.
 - In un viaggio a Weimar, che ho in animo di fare tra un anno o due al pi, mi propongo di rintracciare nel Museo Gthiano questi benedetti paesaggi e di darne ragguaglio al curioso lettore.
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(19) Vedi in proposito un articolo di R. M. Meyer: Goethes Art zu arbeiten, nel XIV vol. del Goethe-Jahrbuch. Frankf. a. M., 1893, pag. 167 sg., ed uno studio, sfuggito a quanto pare al Meyer, di L. Geiger: Goethe und die Renaissance, in "Vortrge und Versuche. Beitrge zur Litteratur Geschichte". Dresden. 1890, pag. 290 sg.
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(20) Frh. v. Biedermann. Goethe Forschungen. N. F. Leipzig, 1885, pag. 13 sg.
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(21) Jos. Bayer. Aus Italien. Leipzig 1885, pag 297.
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(22) G. Dehio. Alt-italienische Gemlde als Quelle zum Faust. Goethe Jahrbuch, vol. VII, pag. 251 sg. - Lo Schuchardt, nel suo bellissimo studio su "Goethe und Calderon" in: Romanisches und Keltisches. Berlin, 1886, pag. 148, credeva a torto dover accostare la scena riferita colla scena finale del "Purgatorio de San Patricio" del Calderon.
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(23) In una lettera datata da Ginevra, 1803, il Bonstetten, che aveva passato colla Brun due settimane deliziose sulle sponde del Garda, scrive: "Ich habe bei der Stal franzsisch geschrieben, ich wollte ihr den Gardasee bearbeiten. Sie war ganz entzckt". Briefe von K. Victor von Bonstetten an Friedrike Brun hrg. von Matthison. Frankfurt a. M., 1829, vol. I, pag. 156. Ignoro se questo inno od ode al Garda sia stato scritto realmente.
 La descrizione del Lago di Garda della Brun (Fr. Brun. Episoden aus Reisen durch das Sdliche Deutschland, die westliche Schweiz, Genf und Italien in den Jahren 1801, 1802, 1803, 1805, 1807. Zrich, 1809, vol. II, pag. 69-134)  quanto di pi poetico e di veramente sentito sia stato scritto sul Benaco da viaggiatori stranieri. "Al di l dei tuoi flutti argentei", scriveva da Verona la Brun l'8 luglio 1803, "tutto  spine".
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(24) Al lettore, che s'interessa ai casi di Mignon, raccomando lo spartito di Antonio Rubinstein, poco noto in Italia: "Composition der Gedichte und des Requiem fr Mignon aus Goethes Wilhelm Meister Lehrjahre" (1882).
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(25) Cito la prima strofa della bella traduzione di Domenico Gnoli.
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(26) Vedansi in proposito le notizie del Suphan nel "Goethe Jahrb.", vol. II, pag. 144.
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(27) In una lettera che non fa parte del noto "Viaggio in Italia". Vedi in Krschner. Deutsche National-Literatur. Goethe's Italienische Reise, a cura del Dntzer, pag. 69.
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(28) Mi dispiace, non avendo alle mani il testo inglese, di dover citare da una pessima traduzione italiana ("Memorie di Edoardo Gibbon scritte da lui medesimo", Milano, 1825, pag. 144), fatta sopra altra francese.
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(29) Johann Georg Keysslers der Kniglich Grossbrittannischen Societt der Wissenschaften Mitglieds: Neueste Reisen durch Deutschland, Bhmen, Ungarn, die Schweiz, Italien und Lothringen, worinnen der Zustand und des Merkwrdigste dieser Lnder beschrieben, und vermittelt der Natrlichen, Gelehrten und Politischen Geschichte, der Mechanik, Maler-Bau und Bildhauerkunst, Mnzen und Alterthmer, wie auch mit verschiedenen Kupfern erlutert wird. - Neue und vermehrte Auflage, welche mit Zustzen und mit einer Vorrede von dem Leben des Verfassers begleitet hat M. Gottfried Schutze. Hannover, 1751. Nella XXV lettera del I volume  descritto il "Viaggio da Torino alle Isole Borromee".
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(30) A pag. 254: "L'Isola Bella - von der Mittags Seite anzusehen" e a pag. 256: "L'Isola Bella in dem Lago Maggiore - wie sie noch werden soll". Entrambe le tavole portano, a sinistra il none: Richter delin., a destra: C. F. Btis sculps.
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(31) Ed Inglesi, aggiunger, perch l'opera del Keyssler, colle aggiunte dello Schutze,  stata tradotta poco dopo comparsa la seconda edizione (di una terza ediz. citata dal Volkmann e cominciata nel 1776 non ho precise notizie) anche in inglese e ristampata a Londra nientemeno che tre volte di seguito.
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(32) J. W. Archenholz. England und Italien. Leipzig, 1787.
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(33) Era la prima s impaziente nella lettura di viaggi che, appena comparso l'Archenholz, scriveva nientemeno: "Ich sterbe wenn ich ihn nicht kriege", Caroline. Briefe an ihre Geschwister, hrg. v. G. Waitz. Leipzig, 1871, pag. 37.
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(34) Non ho alle mani che la seconda ediz. del Volkmann. Lipsia, 1777, vol. I, pag. 317-324. "Von der Gegend um Mayland und den borromischen Inseln".
 Nella descrizione del Lago Maggiore, il Volkmann segue punto per punto il Keyssler, sicch non si pu ben dire se il Goethe nei "Wanderjahren" si sia servito piuttosto dell'uno che dell'altro.
 Il Keyssler ha, p. es., a p. 275 (vol. I), parlando delle Isole: "...so ist zu erachten, dass bey heisser Sommerzeil kaum ein angenehmerer Aufenthalt als dieser ersonnen werden knne".
 E il Volkmann, a pag. 322 (vol. I), ripete: "Mann kann sich im Sommer an heissen Tagen keinen angenehmeren Ort gedenken".
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(35) J. Andrs. Cartas familiares  su hermano D. Crlos, dndole noticias del viaje que hizo  varias ciudades de Italia en los aos 1785-88 y 91 y de la literatura de Viena, vol, IV. Madrid, 1793, pag. 188: "No creas fingidas  exageradas las islas de Calipso y de Alcina,  otras que nos descubren los potas, todas son inferiores  la realidad, todas son mnos de lo qui vemos con nuestros ojos en la Isola Bella".
 Qui per il buon Andrs non scrive dietro l'impressione avuta dalla sua visita al lago, ma ricorda e copia, secondo me, ci che anni innanzi aveva scritto sulle Isole l'abate Richard nella nota sua opera, che il Volkmann stesso non si perit di saccheggiare: "Description historique et critique de l'Italie", Dijon-Paris, 1766. Tomo I, pag. 278, 289: Lac Majeur - Isles Borromes, Vedi a pag. 288: "Ces isles sont vraiment dignes de curiosit et paroissent ornes d'aprs les belles dcscriptions que l'on trouve dans le Tasse et l'Arioste, ou en avoir fourni le modle; elles ont l'air de ces isles enchantes qu'habitoient Alcine, Calipso, ou ces Fes dont les charmes toient si puissants".
 Non ho potuto ancora consultare la traduzione tedesca delle "Cartas" dell'Andrs fatta a Weimar nel 1792 da C. A. Schmidt. Don Juan Andrs. Reise durch verschiedene Stdte Italiens in den Jahren 1785 und 1788 in vertrauten Briefen an seinen Bruder Don Carlos Andrs. Vedi in proposito: J. J. Gerning. Reise durch Oestreich und Italien, III Th. Frankfurt a. M., 1802, vol. III, pag. 263.
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(36) Dir, ad onor del vero, che i versi di Matthison su Lugano ed il suo lago:
 Heiteres Lugano! Du lachtest uns Pilgern des eisigen Gotthards
Wie nach Orkanen der Port, Schiffern im Abendroth leitet,
 non fanno troppo onore alla sua Musa e non sono da compararsi colla bella poesia: "Elegie am Genfersee" (1788).
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(37) Matthison. Erinnerungen. Umrisse aus Italien 1795. Schriften, vol. IV, Zrich, 1835, pag. 53 sg. Dei viaggi di Matthison n'era benissimo informato il Goethe, al quale il Knebel scriveva il 23 ottobre 1809, annunciando l'idea del Matthison di pubblicarne i ricordi in parecchi volumi. Briefwechsel zwischen Goethe und Knebel. Leipzig, 1851. Parte I, pag. 354.
 - Nell'estate del 1813 il Matthison intraprendeva un secondo viaggio al Lago Maggiore ed alle Isole per consolarsi della perdita di un bambino. "Knebel's literarischer Nachlass", Leipzig, 1840, vol. II, pag. 440 (lettera di Matthison del 15 novembre 1813).
 - Gries, l'illustre traduttore del Tasso, dell'Ariosto, del Bojardo, del Calderon, descrive in una lettera all'amico Rist (Jena, 1809) il suo viaggio in Italia pel Gottardo, il Ticino ed il Lago Maggiore. Vedasi: "Aus dem Leben von Johann Diederich Gries. Nach seinen eigenen und den Briefen seiner Zeitgenossen (Elise Campe)", 1855, pag. 82 seg. Al 1 luglio del 1808 lascia Heidelberg, giunge in Isvizzera passando da Stuttgart, a Losanna incontra due amici, i Cronstern, e prosegue con loro il viaggio: "Coi miei due amici ho visitato quasi sempre a piedi l'intiero Vallese, la pi gran parte della Svizzera Francese, Tedesca ed Italiana. Ho solcato le onde dei laghi pi incantevoli, sono salito sulle pi alte vette dei monti. Mi sono arrampicato infine sul Gottardo (auf den Gotthard und seinen Wolkensteg) ed ho errato al basso nella terra dove gli aranci fioriscono (in das Land wo die Citronen blhen). ....... Ho pur visitato la splendida Villa di Plinio il Giovane alle rive del bel Lago di Como, il romantico Lago Maggiore e le divine Isole Borromee".
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(38) "Il a ouvert le roman par une description enthousiaste de l'Isola Bella o il fait retentir les plus majestueuses symphonies de son me musicale, o il a laiss dborder tout le fleuve de la sentimentalit, voguant voiles dployes et pouss par les temptes" scrive il Firmry nel suo bel libro: Etude sur la vie et les uvres de Jean Paul Frdrich Richter. Paris, 1886, pag. 225. Le "sinfonie maestose" del grande umorista io le trovo, per conto mio, pi nell'"Hesperus", nel "Fixlein", nel "Siebenks" che nel Titano. Il poeta stesso aveva per scritto all'amico Otto (aprile 1796) voler riservare pel "Titano" le migliori sue descrizioni della natura: "dort drinnen sollen sie alle brennen und funkeln". Jean Paul Briefwechsel mit seinem Freunde Christian Otto. Berlin. 1829, vol. I, pag. 305.
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(39) J. H. von der Hagen. Briefe in die Heimal. Breslau, 1818, vol, I. lettera 8a, pag. 247.
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(40) Erinnerungen an Italien in Briefen an die knftige Geliebte. In Hase Ges. Werke. Volume XI, 1. Leipzig, 1890, pag. 64 ssg.
 Interessante  pure la lettera: "Die borromischen Inseln" nella III parte del primo volume di Karl Morgenstern. Reise in Italien im Jahre 1809. Auszge aus den Tagebchern und Papieren eines Reisenden. Leipzig, 1813.
 Io non intendo dar qui che una scelta di notizie di viaggi. Un bel libro resta ancora da scriversi sui viaggi reali ed immaginarii al Lago Maggiore ed alle Isole Borromee.
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(41) Quando Carolina Humboldt visitava nel 1799 l'Escurial presso Madrid erano le stanze del "Don Carlos" di Schiller che la guidavano alla tomba di Filippo e di Elisabetta: "mir war es als stnde ich von dem Sarg bekannter Personen" scrive essa alla moglie di Schiller. Vedi "Charlotte v. Schiller und ihre Freunde", Stuttgart, 1862, vol. II, pag. 182.
 - La stessa Carolina Humboldt scriveva all'amico Schweighaeusen (Cadix, 22 gennaio 1800) di non aver compreso che a Cadige il vero valore della canzone di Mignon: C'est ici que j'ai vraiment compris, dans sa belle simplizit, le Lied de Goethe: "Connais tu le pays o les citronniers fleurissent?" et que j'ai senti la vrit de sa posie... je ne me figurais pas l'effet des fruits dors ressortant sur le feuillage sombre (Guillaume de Humboldt et Caroline de Humholdt. Lettres  Geoffroi Schweighaeusen. Traduites et annotes sur les originaux indits, par Laquiante. Paris-Nancy, 1893).
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(42) La canzone:
 So lass mich scheinen, bis ich verde;
Zieht mir das weisse Kleid nicht aus!
  stata scritta dal Goethe a Jena nel 1796 e non era prima destinata a far parte del romanzo.
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(43) Briefwechsel zwischen Schiller und Goethe. Stuttgart, 1856. Vol. I, p. 166 (2 luglio 1796). Tutto ci che Schiller scrive all'amico in proposito di Mignon e del suonatore dell'arpa (lettere del luglio ed agosto del 1795 e del luglio del 1796)  di sommo valore e dovrebbe esser tenuto in maggior considerazione dalla critica.
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(44) Vedi "Deutsche Sagen hrg. von Gebrder Grimm, N. 62. Das ertrunkene Kind", dove vien riferita una leggenda simile, raccolta da pescatori di Cstrin.
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(45) Goethe dice propriamente scoglio (Felsen), e si capisce come non possa avere un'idea esatta della posizione del colosso.
 - Agli stranieri che accorrevano da noi, il San Carlone destava grandissima ammirazione. Molti dei viaggiatori menzionati in questo mio breve studio lo ricordano. Il Kryssler (vol. I, pag. 255) narra della grossezza straordinaria della falange superiore del pollice, e al pari degli altri che descrissero in seguito il San Carlo, rileva come il Santo sia rivolto verso Milano in atto di benedire la citt. - Il Volkmann (vol. I, pag. 290) osserva come Arona abbia dato i natali a San Carlo. Della statua dice: "La testa pu contenere parecchie persone, l'unghia del pollice misura una spanna". Al Matthison (Schriften, vol. IV, pag. 75) il colosso d'Arona rinnova la memoria del colosso di Rodi ("Gegen Mailand erhebt sich des Erzbischofs Rechte, welche diese Stadt, der sie einst in reichster Flle, Heil, Erquickung, Gedeihn, Wohlstand und Rettung spendete, von einem Jahrhundert zum andern, immer noch vterlich zu segnen scheint"). A Gian Paolo Richter si pu perdonare facilmente ch'egli faccia visibile il San Carlo dall'Isola Bella. S'egli parla della statua gigantesca che guarda sovrana al di l delle citt ("die ber die Stdte wegsah" - quali citt, di grazia, messer Gian Paolo?), che incorpora l'idea del sublime, ricorda indubbiamente, secondo me, il Goethe, i cui "Lehrjahren" comparvero sette anni prima del "Titano". Ma Gian Paolo fa anche veder la luna montar proprio sul capo del Santo e servirgli come cuffia. - Al curioso che desiderasse sapere cosa ne pensassero gli Spagnuoli del San Carlone al principio del nostro secolo, raccomando un articolo del "Seminario pintoresco" (Madrid, 1838, p. 693 seg.) intitolato: "La estatua colosal de San Carlo Borromeo".
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(46) Gi nel gennajo del 1778 Goethe spediva a Knebel il primo libro dei "Lehrjahren", "Goethes Briefe", edizione di Weimar, vol. III, pag. 213, e "Goethes Tagebcher", vol. I, pag. 59. - Nel 1829 Goethe terminava il romanzo, e n'era ben tempo.
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(47) Rahel. "Ein Buch des Andenkens fr ihre Freunde". Berlin, 1834, parte III, pag. 60.
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(48) R. Haym, "Die romantische Schule". Berlin, 1870, p. 134 sg. - W. Prodnigg Ueber Tiecks Sternbald und sein Verhltniss zu Goethes Wilhelm Meister. Jahresbericht. Graz, 1892, e sopratutto il diligente lavoro di J. O. E. Donner. "Der Einfluss Wilhelm Meisters auf den Roman der Romantiker". Akad. Abhand. Helsingfors, 1893.
Al nostro scopo basta sapere in quali racconti dei romantici si riflettano le figure gthiane che hanno origine dal Lago Maggiore. Nel "William Lowell" di Tieck (1795-1796) trovasi forse la prima imitazione del tipo di Mignon, della fanciulla che anela alla patria lontana, che si strugge d'amore per l'eroe che non la comprende, e mitiga il dolor suo col canto. Il vecchio pittore Anselmo nello "Sternbald" del Tieck ha molti tratti comuni col suonatore dell'arpa del Goethe. - Nel "Florentin" di Dorotea Schlegel, Giuliana riproduce, sbiadito assai, il carattere di Mignon. Anche le variazioni al tema: "Conosci tu il paese" (che si rinvengono d'altronde persino nell'"Heinrich di Hofterdingen" del Novalis), imitazioni palesi delle liriche patetiche e profonde del Goethe, abbondano nel romanzo della Schlegel. La storia di Florentin nel chiostro,  derivata in gran parte dalla storia d'Agostino e di Sperata. - Mignon e il padre suo si rispecchiano pure nelle due figure di Eusebio e di Werdo nel "Godwi" di Clemens Brentano. Werdo  l'unica imitazione del suonatore del Goethe che sia riuscita ai romantici. - Nell'"Erwin" di Eichendorff e negli "Epigoni" dell'Immermann (Fiammetta) si ripete in tutti i suoi motivi la storia commovente e tragica di Mignon.
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(49)  singolare come il Goethe, poeta ed artista sovrano, si accontentasse, nei suoi romanzi, di vaghe e talvolta vaghissime descrizioni del paesaggio, non ritraendone che poche linee generali. Il rimprovero che Hermann Grimm (Goethe. Vorlesungen. Berlin, 1877, vol. II, p. 241) muove al Goethe a proposito delle "Wahlverwandtschaften": Diesmal haben die Naturbeschreibungen etwas Conlissenartiges" si deve estendere anche alla descrizione del Lago Maggiore nel "Meister".
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(50) Questi eran certo pi nell'immaginazione del poeta che sparsi sulle rive del Lago Maggiore. - Chi amasse correggere la poesia colla storia, legga quello che dei conventi vien detto nella "Storia del lago Maggiore" di Vincenzo De Vit, competentissimo in materia.
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(51) Anche questi "Schlsschen", checch importino i ruderi ancor visibili di specole e castelli smantellati pi secoli in l, li metteremo, con buona pace di Goethe, nel novero dei castelli sognati.
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(52) Confronta coi versi:
 Kennst! du das Haus? Auf Sulen ruht sein Dach.
Es glnzt der Saal, es schimmert das Gemach
Und Marmorbilder stehn und sehn mich an.
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(53) Qui, s'io non erro, venne in aiuto alla fantasia del poeta lo sfondo montagnoso di quel tal disegno lacustre che inquietava il buon Eckermann.
 Si confronti inoltre questo passo coi versi della canzone:
 Kennst du den Berg und seinen Wolkensteg?
Das Maulthier sucht im Nebel seinen Weg,
In Hhlen wohnt der Drachen alte Brut,
Es strzt der Fels und ber ihn die Fluth.
 Diranno i critici ch'io ho le traveggole, ma a me sembra, e sembra quasi all'evidenza, che tutta la bella canzone "Kennst du das Land..." sia stata inspirata, dettata non da altro che dalla vista d'un quadro. I monti nei quali il mulo cerca tra le nebbie il suo cammino ne avrebbero formato lo sfondo. L'Herzfelder (Goethe in der Schweiz, pag. 29 sg.) riaccosta questa strofa alle impressioni avute dal Goethe nel suo primo viaggio al Gottardo e la suppone, se non scritta, ideata almeno fin d'allora.
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(54) Non dubito che Goethe abbia visto sopra qualche paesaggio del lago un non so che di grosso e di biancheggiante che trasfigur a modo suo in palazzo di marchese e popol di "autorit civili ed ecclesiastiche".
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(55) Confronta coi versi:
 Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glhn,
Die Myrthe still und hoch der Lorbeer steht.
 Grossolanamente espresso, la descrizione del Lago Maggiore nei "Wanderjahren", non  in gran parte che una parafrasi della canzone "Kennst du das Land".
 Vedi anche Volkmann, op. cit., I , pag. 321: "Jede der neun untern Terrassen hat einen breiten mit Citronen, Cedri, Pomeranzen und andern dergleichen Bumen besetzten Spaziergang, woran man das ganze Jahr durch Blhten und Frchte sieht. Die Myrthen-Lorbeer- und Pfirsichbume bleiben im Winter frey stehen....".
 Lo stesso in Keyssler, vol. I, p. 255. - L'abate Richard, nella "Description historique et critique de l'Italie" citata (vol. I, pag. 285), scrive dell'Isola Madre: "On est tonn de voir sur des arbres peu levs, dont les branches sont minces et faibles, une quantit de fruits qui ont un pied de longueur sur sept  huit pouces de diamtre, et d'une couleur clatante comme l'or; c'est une des plus belles productions de la nature qu'il soit possible de voir. Les oranges de toute espce et les citrons y croissent  profusion et d'une grande beaut".
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(56) "von lindem Lufthauch angeweht". Si confronti col verso della canzone:
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 Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht.
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(57) Per l'influenza di Tieck e dei romantici su Goethe, vedi lo studio del Minor. Classiker und Romantiker. Goethe Jahrbuch, vol. X, pag. 222 seg.
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(58) Gia Schiller, toccando della tragica fine di Mignon (Briefwechsel mit Goethe. Luglio 1796), rimproverava a Goethe che l'eroe del suo romanzo "ch'era pure la causa della morte di Mignon e non l'ignorava punto, non pensasse in questo momento ad altro che alla tasca d'istrumenti e si perdesse nel ricordo di scene trascorse".
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(59) H. Dntzer. Abhandlungen zu Goethes Leben und Werken, nell'articolo "Stella". Leipzig, 1885, vol. II, pag. 332.
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(60) Federico Schlegel: "Ueber Goethe's Wilhelm Meister" in Charakteristiken und Kritiken von August Wilhelm Schlegel und Friedriech Schlegel. Knigsberg, 1801, pag. 168.
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FINE.